Geografie dell'acqua
15/09/2026

Acqua, clima e città: la sfida della resilienza passa dal servizio idrico

Il cambiamento climatico non si esprime solo con l’aumento delle temperature globali. La sua manifestazione più evidente riguarda l’acqua e la sua interazione con la terra e la vita umana e animale. Piogge improvvise e violente, lunghi periodi di siccità e ondate di calore frequenti stanno alterando il ciclo idrologico su cui, per decenni, sono state progettate le nostre città e le relative infrastrutture. Questa è la realtà con la quale territori, amministrazioni e gestori delle reti devono confrontarsi ogni giorno per progettare misure atte a mitigare gli effetti di questo nuovo scenario.


Fenomeni estremi sempre più frequenti

L’Italia offre esempi ormai ricorrenti di questo cambiamento. Nel settembre 2022 le zone di Cantiano e Senigallia, nelle Marche, sono state colpite da una “bomba d’acqua” con oltre 400 mm di pioggia caduti in poche ore, causando vittime e ingenti danni. L’anno successivo, in Emilia-Romagna, precipitazioni record hanno provocato l’esondazione contemporanea di oltre 20 fiumi, con frane estese e allagamenti. In quegli stessi anni, una siccità straordinaria ha ridotto la portata del fiume Po ai minimi storici, mettendo in crisi l’agricoltura e le riserve idriche del Nord Italia.

Nel biennio 2024-2025 la Sicilia e la Sardegna hanno affrontato una delle più gravi crisi idriche degli ultimi decenni, mentre le estati del 2023 e del 2024 sono state caratterizzate da ondate di calore con temperature percepite superiori ai 45 °C e da vasti incendi nel Mezzogiorno. Più recentemente, nel maggio 2026, il ciclone Harry e altri sistemi perturbati hanno colpito il Sud Italia e le isole maggiori con piogge torrenziali e mareggiate. Su scala locale, le periodiche esondazioni del torrente Seveso nell’area metropolitana milanese rappresentano uno dei casi più emblematici della difficoltà di gestire volumi d’acqua massicci in territori fortemente urbanizzati.

Secondo le elaborazioni di Italy for Climate su dati dello European Severe Weather Database, il numero complessivo di eventi meteoclimatici estremi censiti nel Paese è passato da circa 1.000 nel 2019 a oltre 2.300 nel 2026. Le grandinate intense sono triplicate in appena sei anni, passando dai 281 episodi del 2019 ai 777 del 2025. Lombardia, Piemonte e Veneto sono state le regioni più colpite, totalizzando da sole la metà degli eventi nazionali.

I dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente evidenziano che, tra il 1980 e il 2025, gli eventi meteorologici estremi alimentati dal cambiamento climatico sono costati all’Italia circa 145 miliardi di euro e hanno provocato quasi 57.000 vittime. Numeri che testimoniano come la crisi climatica rappresenti una sfida non solo ambientale, ma anche economica, sociale e infrastrutturale.


Come è cambiato il ciclo dell’acqua

L’aumento delle temperature accelera l’evaporazione e consente all’atmosfera di trattenere maggiori quantità di vapore acqueo, rendendo le precipitazioni meno frequenti ma molto più intense. L’acqua non diminuisce in assoluto: cambia il modo in cui si distribuisce nel tempo e nello spazio. Il risultato è un ciclo idrologico più intenso e imprevedibile, dove lunghi periodi di siccità si alternano a piogge eccezionali che mettono sotto pressione territori progettati per un clima ormai superato.

Sono soprattutto le città a subire le conseguenze di questa trasformazione. L’espansione urbana ha sostituito i terreni naturali con asfalto e cemento, riducendo la capacità del suolo di assorbire la pioggia. Quando si verificano precipitazioni intense, enormi volumi d’acqua scorrono rapidamente in superficie, sovraccaricando le reti fognarie e i corsi d’acqua. A questa criticità si aggiunge il fatto che gran parte delle infrastrutture idrauliche oggi in esercizio è stata progettata sulla base dei dati climatici del secolo scorso, del tutto inadeguati a gestire i fenomeni odierni.


Una nuova frontiera di resilienza urbana: la città spugna

Per affrontare questa sfida è necessario superare la logica dell’emergenza, passando da un approccio puramente difensivo a un modello capace di convivere con il nuovo clima. È il principio alla base delle “città spugna“, un modello urbano che punta ad aumentare la permeabilità del suolo attraverso parchi, aree verdi, pavimentazioni drenanti, bacini di laminazione e tetti verdi. L’obiettivo non è allontanare l’acqua il più rapidamente possibile, ma trattenerla temporaneamente, favorirne l’infiltrazione nel terreno e restituirla gradualmente all’ambiente, riducendo il rischio di allagamenti e ricaricando le falde.

In questo scenario, il ruolo dei gestori del servizio idrico integrato è centrale, e per questo si si sta evolvendo. Se in passato la loro missione era limitata alla distribuzione di acqua potabile e alla depurazione delle acque reflue, oggi sono chiamati a favorire l’adattamento dei territori tramite investimenti infrastrutturali e innovazione tecnologica.

Mitigazione significa rendere le reti più efficienti e resilienti: limitare le perdite idriche, ridurre i consumi energetici degli impianti, produrre energia da fonti rinnovabili, valorizzare gli scarti della depurazione secondo i principi dell’economia circolare e realizzare opere che aiutino le città ad assorbire gli eventi meteorologici estremi.


Il ruolo dei gestori idrici: il caso Gruppo CAP

La transizione ecologica impone alle utility pubbliche un cambio di paradigma radicale: trasformare l’asfalto impermeabile in una superficie capace di trattenere e rallentare la risorsa. Lungo questa direttrice si sviluppa la strategia di Gruppo CAP, la green utility della Città metropolitana di Milano, che ha fatto della resilienza uno dei tre pilastri del proprio Piano di Sostenibilità.

Dal 2020 il processo di Enterprise Risk Management (ERM) aziendale integra la valutazione dei rischi fisici e di transizione legati al clima. Per garantire trasparenza agli stakeholder, il Gruppo ha realizzato un framework basato sulle raccomandazioni internazionali della TCFD (Task Force on Climate-Related Financial Disclosures). In collaborazione con la Fondazione CMCC, il Gruppo ha sviluppato un’analisi predittiva applicata alle proprie infrastrutture con un orizzonte temporale proiettato fino al 2050, incrociando tre scenari emissivi definiti dall’IPCC (dalla mitigazione aggressiva RCP2.6 allo scenario business-as-usual RCP8.5).

Attraverso questo approccio matriciale – che combina pericolosità, esposizione e vulnerabilità delle singole strutture (acquedotto, fognatura, depurazione ed energia) – il Gruppo ha mappato i principali rischi idrici, associando a ciascuno di essi precise contromisure finanziarie e operative.


Le cinque sfide chiave sull’acqua

1. I nubifragi e la tenuta idraulica delle reti fognarie. L’intensificazione delle piogge riduce la capacità di smaltimento delle condotte miste, provocando allagamenti locali. Gruppo CAP contrasta il fenomeno potenziando la capacità di laminazione del territorio. Oltre alle 82 vasche volano già monitorate tramite sistemi WebGIS, la utility supporta i Comuni nell’applicazione dei regolamenti sull’invarianza idraulica. Una significativa innovazione è rappresentata dai modelli Digital Twin, gemelli digitali capaci di simulare in tempo reale il funzionamento integrato tra reti fognarie e nodi di recapito, ottimizzando i flussi prima delle crisi di carico.

2. Eventi acuti e vulnerabilità operativa dei grandi depuratori. Le “bombe d’acqua” possono causare flussi idraulici eccezionali negli impianti o l’esondazione dei corsi d’acqua ricettori, compromettendo l’efficienza depurativa. A protezione delle linee, CAP ha avviato un programma di revamping impiantistico per mantenere elevato l’abbattimento degli inquinanti anche in regime di shock idrico. Per garantire la continuità operativa, le misure spaziano dall’innalzamento dei quadri elettrici sensibili alla costruzione di stazioni di sollevamento d’emergenza, fino ad audit annuali sui gruppi elettrogeni e piani di Business Continuity Management (BCM).

3. Stress termico e tutela biologica nella rete di distribuzione. L’aumento delle temperature medie rischia di surriscaldare le condotte interrate sopra la soglia critica dei 20 °C, accelerando la proliferazione batterica. Gruppo CAP disinnesca la minaccia applicando tecnologie avanzate di monitoraggio e disinfezione programmata. Tramite sonde di early warning che intercettano all’istante le anomalie termiche, l’azienda pianifica la sanificazione dei serbatoi e aumenta la velocità dell’acqua nei punti critici. L’introduzione della cloro-copertura automatizzata garantisce la perfetta potabilità dell’acqua erogata.

4. Siccità cronica e calo dei livelli di falda. Il prolungarsi della siccità riduce i livelli piezometrici degli acquiferi sotterranei, limitando la disponibilità idrica per il bacino milanese. Lo strumento cardine sviluppato dall’utility è il Piano Infrastrutturale Acquedotti (PIA), che si avvale di oltre 200 pozzi di monitoraggio e modelli idrogeologici per simulare l’evoluzione delle falde. Sul piano pratico, si interviene con la manutenzione straordinaria dei pozzi vetusti e con trattamenti di affinamento terziario, finalizzati a promuovere il riuso locale delle acque reflue depurate per scopi irrigui e industriali, riducendo i prelievi da acque vergini.

5. Pressione antropica e inquinamento da percolazione profonda. Le infiltrazioni industriali, aggravate dall’azione delle piogge acide, rischiano di trasportare nel sottosuolo sostanze inquinanti, deteriorando la qualità chimica della risorsa alla fonte. Per blindare la sicurezza dell’acqua, il Gruppo sostiene investimenti in sistemi di depurazione ad alta tecnologia e nel monitoraggio analitico continuo presso i propri laboratori. Lo screening costante consente di mappare la presenza di microinquinanti emergenti ben prima delle soglie di legge; parallelamente, gli impianti vengono potenziati con barriere a carboni attivi avanzati e membrane osmotiche per bloccare ogni traccia di microinquinante.


Oltre la neutralità carbonica, la cura del territorio

A conferma dell’impegno sistemico, Gruppo CAP ha superato la logica della mera compensazione tramite crediti di carbonio (pratica interrotta dopo il triennio 2020-2022) per concentrare le risorse in interventi ad alto impatto a favore della biodiversità e degli ecosistemi..

In partnership con Fondazione Cariplo, all’interno del programma Join Nature, la utility finanzia progetti di riqualificazione ecologica reale direttamente sui territori amministrati: ne sono un esempio la piantumazione di “apistrade” per la tutela degli insetti impollinatori e l’intervento di riqualificazione naturalistica e idraulica delle sponde del torrente Seveso presso il Parco Nord Milano. Una visione industriale in cui finanza climatica e ingegneria naturalistica si fondono per restituire alla collettività un ecosistema idrico sicuro e resiliente.


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