Dentro e fuori l’impatto
19/12/2025

+1 °C: cosa succede quando l’acqua si scalda? 

Quando l’acqua si riscalda di un solo grado, non è solo un piccolo cambiamento termico: 
è un segnale d’allarme per ecosistemi, infrastrutture e comunità urbane.  

Alla COP30 di Belém (Brasile), nel cuore dell’Amazzonia, questo tema ha guadagnato centralità nella discussione globale sull’adattamento ai cambiamenti climatici. Mentre i riflettori della conferenza si sono concentrati sulla finanza climatica e sulla giustizia ambientale – nonostante i risultati ancora una volta poco incoraggianti -emerge una realtà che riguarda da vicino chi gestisce l’acqua: fiumi, laghi, sistemi idrici e reti urbane non sono solo soggetti passivi, ma vulnerabili a una trasformazione profonda. 


Il quadro globale e la COP30 

La COP30 di Belém — la Conferenza delle Parti tenutasi dall’10 al 21 novembre 2025 — ha posto l’acqua al centro dell’agenda climatica, con il segretario generale António Guterres che ha definito il mancato contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C «una gravissima negligenza». Le tematiche emergenti hanno incluso la resilienza idrica, gli indicatori per infrastrutture adattive e la governance delle risorse idriche. In questo contesto, il riscaldamento delle acque — che modifica ossigenazione, flussi e di conseguenza domanda e infrastrutture — rappresenta un punto estremamente delicato della crisi climatica. 


Perché +1 °C nell’acqua è rilevante 

Le acque superficiali e sotterranee si stanno riscaldando a una velocità superiore all’aria: uno studio dell’Università della Pennsylvania evidenzia come fiumi e corsi d’acqua mostrino innalzamenti termici che compromettono ecosistemi, qualità dell’acqua e usi umani. Secondo l’Environmental Protection Agency (EPA), l’aumento delle temperature insieme all’incremento dei nutrienti favorisce fioriture di alghe nocive e degrado complessivo della qualità dell’acqua. Le conseguenze sono molteplici: riduzione dell’ossigeno disciolto, modifiche nelle reazioni biologiche, aumento della volatilità delle reti idriche urbane.  


La variazione climatica, un tema strategico per i gestori delle reti 

Le aziende pubbliche che gestiscono il ciclo idrico integrato,operando in un settore a lungo termine e capitale intensivo, devono inserire nella progettazione e manutenzione delle reti anche scenari di variazione climatica. I rischi fisici cronici, ad esempio, sono già parte della valutazione strategica di Gruppo CAP. 
Nel Piano di Sostenibilità aziendale si legge: 
«…i cambiamenti climatici impongono di considerare gli impatti che una variazione del regime meteorologico possa avere sull’esercizio delle stesse infrastrutture» 
«I ‘rischi fisici’ (…) devono essere considerati nella programmazione aziendale oltre che … in quella del Piano d’Ambito.» 
In particolare, Gruppo CAP collabora con il Centro EuroMediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) per valutare il rischio climatico sugli asset aziendalie avvia progetti come “Città metropolitana Spugna” e modellazioni climatiche con Epson. 


In conclusione 

+1 °C può sembrare un incremento modesto ma nell’acqua significa assistere a veri e propri cambiamenti sistemici: dalla perdita di ossigeno ai costi operativi maggiori, da ecosistemi fragili a reti urbane in tensione. In questo scenario,  l’acqua diventa non solo una risorsa da gestire, ma un indicatore critico di resilienza e sviluppo sostenibile. 


Intervista a Emanuele Bompan

Quando l’acqua diventa geopolitica: dialogo con Emanuele Bompan, giornalista, direttore di Materia Rinnovabile.
L’impatto del riscaldamento delle acque tra crisi idrica, diplomazia e adattamento. 

 

Emanuele Bompan è un giornalista ambientale e geografo. Si occupa di economia circolare, cambiamenti climatici, risorse idriche, sicurezza alimentare, energia, mobilità sostenibile, green-economy, politica americana.
È direttore responsabile di Materia Rinnovabile – Renewable Matter, la prima rivista internazionale di economia circolare e bioeconomia. Collabora con testate come National Geographic, Il Sole24Ore, Oltremare. Autore di numerosi libri, tra cui Atlante geopolitico dell’Acqua (Hoepli 2019), Watergrabbing – le guerre nascoste per l’acqua del XXI secolo (EMI 2018).
È stato insignito del Premio Giornalismo dalla European Meteorological Society (2024), Google DNI News Initiative (2016), ha ottenuto quattro volte la l’European Journalism Center IDR Grant, una volta la Middlebury Environmental Journalism Fellowship ed è stato nominato Giornalista per la Terra 2015. 

 

+1°C nelle acque superficiali e sotterranee: quanto è davvero rilevante? E che conseguenze può avere non solo sugli ecosistemi, ma sul rischio idrico globale e sulla sicurezza alimentare?

L’aumento della temperatura dell’acqua ci porta in un territorio mai sperimentato negli ultimi 11.000 anni di civiltà umana. Non abbiamo memoria storica di un’accelerazione simile. Gli impatti riguardano l’idrosfera marina e terrestre e trasformano tutti i cicli idrici. I ghiacciai e la neve si fondono più rapidamente, alterando l’apporto idrico ai sistemi fluviali. La Pianura Padana è un caso evidente: qui lo scioglimento precoce ridisegna portate, stagionalità e disponibilità.
C’è un altro fattore cruciale: la maggiore evotraspirazione delle piante. Questo comporta disidratazione più rapida della vegetazione e aumento dell’umidità atmosferica, contribuendo a fenomeni meteo-estremi. Non è un effetto secondario: altera meteorologia, agricoltura e quindi sicurezza alimentare e sociale.

 

E sul versante geopolitico? 

La scarsità idrica nasce da due vettori: variazione climatica e prelievi economici. Nei bacini condivisi questo porta a tensioni. È già evidente in aree come Mekong e Shatt al-Arab. L’esito possibile è l’aumento dei cosiddetti day-zero idrici, giorni in cui l’acqua potabile non è disponibile. In quei casi la scarsità diventa detonatore di crisi economiche, migrazioni, instabilità politica.

 

Negli ultimi mesi si è parlato di acqua come tema negoziale. A tuo avviso la COP30 ha segnato un cambio di passo?

L’acqua è presente in modo diffuso ma non strutturale nei negoziati. Il problema non è la volontà, ma la collocazione. Esiste una frammentazione storica: l’acqua è sparsa tra i negoziati su clima, biodiversità, desertificazione, salute, sicurezza. Il risultato è paradossale: è ovunque e quindi non è mai trattata come elemento strategico unico. 
Serve una scelta: o rafforzare UN Water con potere reale, oppure unificare entro il 2030 i percorsi negoziali in un unico track ambientale. Senza questa semplificazione, l’acqua resta tema tecnico e non politico, quando invece è la base della vita e della stabilità economica.

 

Esiste un divario tra dichiarazioni politiche e investimenti reali. Cosa manca, concretamente?

Nell’adattamento idrico manca stabilità finanziaria. Le utility stanno già investendo, e in Italia esiste un Commissario straordinario, ma gli investimenti sono ancora legati alla logica dell’emergenza. L’acqua è trattata come lo era il dissesto idrogeologico: si interviene dopo. 
Servono risorse pubbliche e private, tariffarie e infrastrutturali, ma anche un principio che oggi non esiste: la responsabilità economica delle industrie fossili. Quelle aziende hanno generato profitti per un secolo senza internalizzare i costi climatici. L’adattamento, ora, lo pagano i cittadini e i gestori idrici. Questo tema entrerà nelle agende dei prossimi trent’anni.

 

Perché la crisi idrica è percepita meno della crisi energetica?

Per due ragioni. Primo: il cittadino ha il diritto a non essere informato ad ogni costo. Secondo: non è il pubblico che deve essere convinto, ma la classe dirigente. A me interessa meno la visibilità mediatica e più la competenza istituzionale. I decisori hanno il dovere di sapere. Il cittadino ha il diritto di non sapere. 
Il vuoto vero è nella pubblica amministrazione e nella politica territoriale. Ogni volta se ne parla solo quando scoppia la crisi, come nella siccità del 2022. Ma investire tardi costa di più e vale di meno: bisogna ricostruire il danno e prepararsi alla crisi successiva.

 

Quindi, più che un problema di “storytelling”, è un tema istituzionale?

Esattamente. La narrazione è solo la superficie. La questione reale è architetturale: finché l’acqua resta un pezzo di tre negoziati diversi, non diventerà mai priorità strategica. Il vero nodo è la diplomazia blu: riconoscere che l’acqua è fattore di sicurezza economica, non solo risorsa naturale.

 

Un’ultima domanda: qual è la finestra temporale in cui agire?

La previsione non basta più: servono adattamento e governance. Più tardi si investe, più si pagherà. È una legge semplice e crudele. Una parte del mondo economico e amministrativo ha finalmente iniziato a capirlo. Ora bisogna che quella consapevolezza diventi struttura, non reazione.