Dentro e fuori l’impatto
30/03/2026

Tassonomia europea e irrigazione sostenibile: quando l’acqua depurata diventa una risorsa

La Tassonomia europea orienta investimenti e strategie industriali verso la tutela delle risorse idriche. Nel ciclo idrico integrato depurazione e riuso dell’acqua diventano strumenti chiave per la resilienza dei territori.

L’acqua non è solo una risorsa naturale: è anche un’infrastruttura economica, climatica e sociale. Quando scarseggia, emergono tensioni tra territori, agricoltura ed ecosistemi; quando viene gestita in modo inefficiente, aumenta la pressione su falde e corsi d’acqua. Per questo, oggi la sfida non riguarda solo la disponibilità della risorsa, ma anche il modo in cui viene utilizzata e restituita all’ambiente.

In questo contesto la Tassonomia europea sta cambiando il modo in cui si progettano e si finanziano le infrastrutture ambientali. Il regolamento UE 2020/852 stabilisce quali attività economiche possono essere considerate realmente sostenibili e orienta gli investimenti verso modelli capaci di proteggere le risorse naturali. Nel settore idrico questo significa ripensare il ciclo dell’acqua in chiave circolare, trasformando la depurazione da semplice processo di trattamento a opportunità per generare nuove risorse.

Per le aziende che operano nel settore idrico, questo quadro normativo non rappresenta solo un obbligo di rendicontazione, ma anche una guida concreta per orientare strategie industriali, investimenti infrastrutturali e innovazione tecnologica.


Il ruolo della Tassonomia nel servizio idrico

Nel bilancio di sostenibilità 2024, Gruppo CAP evidenzia come la Tassonomia europea costituisca un riferimento fondamentale per migliorare la trasparenza verso gli stakeholder e per rafforzare le performance ambientali delle proprie attività.

Dal 2025 le aziende soggette alla Corporate Sustainability Reporting Directive devono rendicontare la quota di fatturato, spese in conto capitale e spese operative derivanti da attività ecosostenibili. Per essere considerate tali, le attività devono contribuire in modo sostanziale ad almeno uno degli obiettivi ambientali europei senza arrecare danni significativi agli altri, secondo il principio Do No Significant Harm (DNSH).

L’analisi condotta da CAP sul 2024 mostra che l’81,3% del fatturato, il 79,2% delle spese in conto capitale (CapEx) e il 67,4% delle spese operative (OpEx) risultano ammissibili alla Tassonomia europea, mentre rispettivamente il 40,8%, il 49,3% e il 39,7% risultano già allineati ai criteri di ecosostenibilità.

Il miglioramento rispetto al 2023 è dovuto in particolare all’allineamento dell’attività di trattamento delle acque reflue urbane, considerata centrale per l’obiettivo di uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine.


Il ciclo idrico come infrastruttura della sostenibilità

Nel sistema delineato dalla Tassonomia europea, molte delle attività svolte da Gruppo CAP rientrano tra quelle considerate sostenibili.

Le attività acquedottistiche risultano allineate soprattutto agli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, mentre quelle legate alla gestione delle reti fognarie e degli impianti di depurazione contribuiscono principalmente alla protezione delle risorse idriche e marine.

A queste si affiancano ulteriori investimenti in ambito energetico, come la produzione di energia da fonti rinnovabili – fotovoltaico, biogas e teleriscaldamento – che contribuiscono alla mitigazione delle emissioni.

Il risultato è un modello industriale in cui il servizio idrico integrato diventa una piattaforma per generare benefici ambientali più ampi: tutela delle acque, riduzione delle emissioni, recupero di risorse e produzione di energia rinnovabile.


Depurazione e riuso: quando l’acqua diventa circolare

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda il ruolo degli impianti di depurazione.

Secondo la Tassonomia europea, la gestione degli impianti di trattamento delle acque reflue può contribuire non solo alla protezione dell’ambiente, ma anche alla transizione verso un’economia circolare, soprattutto quando consente il recupero di risorse o la produzione di acqua riutilizzabile.

Nel caso di Gruppo CAP, tra le attività considerate ammissibili rientra la gestione di impianti di depurazione con trattamenti di affinamento per il riuso delle acque reflue depurate, destinata alla produzione di risorse idriche alternative per utilizzi diversi dal consumo umano. 

Questa prospettiva modifica profondamente il ruolo delle infrastrutture idriche: non più solo sistemi di trattamento, ma impianti capaci di generare nuove risorse per il territorio.


Il riuso irriguo dell’acqua depurata

Tra le applicazioni più significative di questo approccio c’è il riutilizzo dell’acqua depurata in agricoltura.

Nel bilancio di sostenibilità, CAP evidenzia come la depurazione degli scarichi generi un impatto positivo proprio attraverso il riutilizzo delle acque depurate a fini irrigui, mettendo a disposizione degli agricoltori una risorsa idrica di qualità elevata. 

In questo ambito, il Gruppo ha avviato studi e progetti dedicati allo sviluppo di sistemi per il riuso agricolo delle acque depurate. Tra questi, il progetto Filiera Rinnova, che analizza le condizioni tecniche e infrastrutturali necessarie per rendere più efficiente l’utilizzo di queste risorse nel settore agricolo. 

Queste iniziative si inseriscono in una strategia più ampia di gestione sostenibile delle risorse idriche, orientata alla resilienza dei territori e alla riduzione della pressione sulle fonti naturali.


Innovazione e gestione sostenibile della risorsa

La sostenibilità del ciclo idrico non si limita al riuso dell’acqua. Nel bilancio CAP evidenzia una serie di azioni orientate a migliorare l’efficienza complessiva del sistema idrico, tra cui:

  • innovazione tecnologica nelle infrastrutture idriche
  • riduzione delle perdite nelle reti acquedottistiche
  • gestione integrata delle risorse idriche
  • collaborazione con enti pubblici e istituzioni per la pianificazione territoriale. 

Tra le attività operative rientrano il controllo attivo delle perdite, la gestione delle pressioni di rete e l’utilizzo di strumenti di modellazione e monitoraggio in tempo reale per migliorare l’efficienza dei sistemi acquedottistici.

Si tratta di interventi che contribuiscono sia alla tutela della risorsa sia alla continuità e qualità del servizio idrico.


Dalla normativa europea alla gestione territoriale

La gestione dell’acqua è sempre stata una questione tecnica. Oggi è sempre più una questione strategica.

La Tassonomia europea non cambia solo il modo in cui si rendicontano gli investimenti: cambia il modo in cui si progettano le infrastrutture e si immagina il futuro delle risorse naturali. Nel ciclo idrico questo significa riconoscere che l’acqua non è solo ciò che preleviamo, ma anche ciò che restituiamo all’ambiente.

In questo contesto, il ciclo idrico integrato diventa uno dei pilastri della transizione ecologica: un sistema capace di proteggere la risorsa acqua, generare valore per il territorio e trasformare ciò che un tempo era considerato uno scarto – come le acque reflue – in una nuova opportunità per l’ambiente e per l’economia.


Intervista a Samir Traini

Per Samir Traini, partner REF e vicedirettore del Laboratorio SPL, la Tassonomia europea ha il merito di riportare il tema dell’acqua dentro una cornice concreta di misurazione, investimenti e responsabilità. Dalla finanza sostenibile al riuso delle acque reflue, fino alla necessità di una governance più integrata, la sfida è una sola: smettere di dare per scontata la sostenibilità del servizio idrico e iniziare a dimostrarla.

La Tassonomia europea nasce per orientare la finanza verso attività sostenibili. Che cosa significa concretamente per il settore idrico e per le utility?

La Tassonomia europea rappresenta una risposta concreta agli obiettivi del Green Deal, che oltre al tema della sicurezza energetica ha rilanciato anche quello della sicurezza idrica: quindi la disponibilità della risorsa e la qualità dei corpi idrici, in particolare rispetto all’inquinamento e ai nuovi microinquinanti.

Per il settore idrico si tratta di uno strumento molto importante perché permette di indirizzare capitali pubblici e privati verso un comparto fortemente capital intensive, cioè caratterizzato da un fabbisogno di investimenti molto elevato. Tra i servizi a rete, quello idrico è probabilmente il più intensivo in termini di capitale.

Questo dipende dalla struttura stessa del sistema: occorre investire nelle infrastrutture di captazione e adduzione, nelle reti di distribuzione che portano l’acqua agli utenti e poi nelle reti fognarie e negli impianti di depurazione, che devono restituire all’ambiente un’acqua con una qualità almeno pari a quella prelevata.

La Tassonomia crea quindi una cornice che incentiva gli investimenti nella tutela della risorsa idrica. Allo stesso tempo introduce criteri tecnici e indicatori di performance che permettono di evitare fenomeni di greenwashing.

Per le utility questo significa misurare concretamente la sostenibilità delle attività: ad esempio l’energia utilizzata per captare e trattare l’acqua o la capacità di autoprodurre energia rinnovabile per l’autoconsumo. Questo si collega anche alla nuova direttiva europea sulle acque reflue urbane, che promuove la neutralità energetica degli impianti di depurazione, incentivando la produzione di energia rinnovabile o il recupero di biogas e biometano dai fanghi.

Nel dibattito pubblico si parla molto di energia e meno di acqua. Perché invece la gestione della risorsa idrica è centrale nella Tassonomia europea?

Perché l’acqua è una risorsa strategica tanto quanto l’energia. La sicurezza idrica riguarda non solo la disponibilità della risorsa, ma anche la qualità ambientale dei corpi idrici e la resilienza dei sistemi infrastrutturali di fronte ai cambiamenti climatici.

La Tassonomia riconosce proprio questo: che la gestione sostenibile dell’acqua è un pilastro della transizione ecologica.

La Tassonomia introduce criteri tecnici molto precisi per definire cosa è sostenibile. Quanto cambia il modo in cui si progettano e si finanziano le infrastrutture idriche?

Cambia in modo significativo. Nel momento in cui i gestori conoscono in anticipo gli obiettivi da raggiungere in termini di performance ambientali e operative possono programmare gli investimenti in modo coerente con questi criteri.

Le scelte infrastrutturali e tecnologiche vengono quindi pianificate con l’obiettivo di migliorare l’allineamento alla Tassonomia.

C’è poi un aspetto finanziario molto rilevante: un gestore che dimostra di investire in progetti allineati alla Tassonomia diventa più attrattivo per banche e investitori istituzionali, facilitando l’accesso ai capitali necessari per realizzare le opere

Il servizio idrico integrato richiede investimenti molto elevati nei prossimi anni. Quindi la Tassonomia può accelerare questi investimenti?

Sì, proprio perché facilita l’accesso alla finanza sostenibile.

Il settore deve investire su molti fronti: sicurezza degli approvvigionamenti, resilienza delle reti, miglioramento dei sistemi fognari e tecnologie di trattamento sempre più avanzate per affrontare anche il problema dei nuovi microinquinanti.

La Tassonomia può diventare un fattore di accelerazione perché il sistema finanziario europeo – a partire dalla Banca europea per gli investimenti – è sempre più orientato a sostenere progetti che contribuiscono alla sostenibilità ambientale e all’economia circolare.

Nel caso dell’irrigazione e della gestione delle acque reflue, quali sono le innovazioni più promettenti per ridurre la pressione sulle risorse idriche?

Un esempio molto significativo è il riuso delle acque reflue depurate, che la Tassonomia indica esplicitamente tra le pratiche sostenibili.

Se l’acqua depurata viene riutilizzata per l’irrigazione agricola, si riduce il prelievo dalle falde o dai corpi idrici naturali. In questo modo l’acqua viene prelevata una sola volta dalla natura ma utilizzata per più scopi, applicando un principio tipico dell’economia circolare.

L’utilizzo delle acque reflue depurate è destinato a crescere nei prossimi anni?

Dal punto di vista dei gestori del servizio idrico, le condizioni ci sono e anche il quadro regolatorio oggi favorisce questa prospettiva.

Il vero nodo riguarda soprattutto la domanda di questa risorsa, in particolare da parte del settore agricolo. Esistono ancora barriere culturali e percettive legate all’utilizzo di acqua proveniente da processi di trattamento, nonostante le normative garantiscano standard di sicurezza molto elevati.

In Italia il riuso delle acque reflue è ancora limitato, intorno al 4–5% delle acque depurate, mentre alcune analisi indicano un potenziale che potrebbe arrivare almeno al 20–30%.

Per sviluppare questo mercato sarà quindi necessario lavorare sia sulla conoscenza sia su possibili incentivi economici, perché oggi spesso è ancora più conveniente prelevare acqua dai pozzi o dai consorzi di bonifica.

Quanto è importante il ruolo delle politiche pubbliche per orientare la transizione verso una gestione sostenibile dell’acqua?

È un ruolo decisivo. Oggi il settore dell’acqua soffre di una duplice frammentazione.

La prima riguarda la governance istituzionale: le competenze sull’acqua sono distribuite tra diversi livelli amministrativi e spesso tra più ministeri. Questo rende difficile sviluppare una visione realmente sistemica della gestione della risorsa.

Dall’altra parte bisogna riconoscere che negli ultimi vent’anni il servizio idrico integrato in Italia ha compiuto passi avanti molto importanti dal punto di vista regolatorio.

L’istituzione di un’autorità indipendente come ARERA ha contribuito a modernizzare il settore e oggi il modello italiano di regolazione è considerato una best practice anche a livello europeo.

La Tassonomia può contribuire a rafforzare una visione industriale più integrata del servizio?

Può sicuramente contribuire, ma restano alcune criticità strutturali.

Esiste ancora una frammentazione gestionale in alcuni territori e soprattutto un forte water service divide tra il Centro-Nord e il Sud del Paese.

Nel Nord Italia il settore ha ormai sviluppato modelli industriali e manageriali avanzati, mentre in altre aree il processo è ancora incompleto.

Per questo motivo, sul piano delle politiche pubbliche, potrebbe essere utile immaginare anche un Ministero dell’acqua, capace di riunire sotto un unico cappello le diverse competenze legate alla gestione della risorsa.

Guardando ai prossimi dieci anni, quali saranno le priorità strategiche per garantire sicurezza idrica e sostenibilità economica del servizio?

Una priorità sarà rafforzare le interconnessioni tra sistemi idrici.

Non si può più pensare che ogni territorio affronti da solo i problemi di approvvigionamento. Servono infrastrutture capaci di collegare aree diverse, anche su scala macroregionale, per garantire sicurezza idrica e resilienza.

Questo risponde anche a un principio di sussidiarietà territoriale: l’acqua è un bene comune e i territori con maggiore disponibilità possono contribuire a sostenere quelli più esposti alla scarsità.

Un’altra sfida emergente riguarda l’aumento della domanda idrica legata allo sviluppo di nuove attività economiche, come i data center, che richiedono grandi quantità di acqua per il raffreddamento degli impianti.

Questo dimostra quanto acqua ed energia siano sempre più interconnesse: oggi non è più possibile parlare dell’una senza considerare l’altra.

Qual è l’errore più frequente che si fa quando si parla di sostenibilità dell’acqua?

L’errore più comune è pensare che la gestione dell’acqua sia sostenibile per definizione.

Spesso si tende a dire: “noi gestiamo l’acqua, quindi siamo già sostenibili”. In realtà non è così.

La sostenibilità dipende dal modo in cui il servizio viene gestito: dall’efficienza energetica degli impianti, dalla riduzione delle perdite, dalla qualità dei trattamenti e dall’impatto ambientale complessivo.

Ed è proprio qui che strumenti come la Tassonomia diventano fondamentali, perché introducono criteri chiari di misurazione. Non basta dichiararsi sostenibili: bisogna dimostrarlo con dati e indicatori verificabili.