Green utility significa garantire continuità di servizio e al tempo stesso produrre energia, recuperare materia, digitalizzare le reti, aumentare la resilienza territoriale e generare valore economico. La sostenibilità, in questo nuovo paradigma, non è un obiettivo finale, ma la condizione necessaria per tenere insieme competitività, stabilità industriale e coesione sociale.
La green utility supera i confini settoriali: un impianto di depurazione non serve più solo a depurare, ma a produrre biometano, recuperare fosforo, generare calore, estrarre materie prime seconde. Un termovalorizzatore non smaltisce soltanto rifiuti, ma diventa un nodo energetico urbano. Una rete idrica non si limita a distribuire acqua, ma diventa sistema intelligente in grado di prevenire perdite, ridurre emissioni e ottimizzare investimenti. La logica lineare dei servizi pubblici lascia spazio a un ecosistema industriale capace di chiudere i cicli di acqua, energia e materiali. Ed è questo il cuore della trasformazione.
In Italia, Gruppo CAP interpreta questo modello di green utility, partendo dall’acqua per attivare un sistema integrato in cui depuratori, impianti di trattamento, termovalorizzatori e bioraffinerie urbane generano risorse e riducono dipendenze esterne. La BioPiattaforma di Sesto San Giovanni e il termovalorizzatore di Neutalia, società del Gruppo, a Busto Arsizio, sono il simbolo di questa trasformazione: poli dove i rifiuti organici diventano biometano, i fanghi producono calore per reti di teleriscaldamento e le ceneri recuperano fosforo, contribuendo all’autonomia europea su una materia prima critica.
Con CAP Evolution, i depuratori si trasformano in bioraffinerie urbane e produttori di energia rinnovabile: una rete invisibile sotto le città che alimenta la transizione energetica con processi circolari.
La visione 2030 richiede una pianificazione capace di guardare molto oltre il ciclo delle concessioni. La forza della green utility sta nella capacità di investire oggi per creare stabilità economica e ambientale domani. Nel 2024 Gruppo CAP ha raggiunto il livello più alto di investimenti mai registrato, pari a 137,87 milioni di euro, inseriti in una roadmap che prevede oltre un miliardo di euro entro il 2033. Questi investimenti sostengono la decarbonizzazione, il drenaggio urbano sostenibile, l’innovazione industriale e la resilienza dei territori. Non si tratta quindi di spesa, ma di generazione di valore, come confermano i numeri del bilancio 2024: 525 milioni di euro di fatturato, 83 milioni di utile netto e 160,9 milioni di EBITDA, con una crescita significativa in tutte le principali voci operative.
Essere green utility implica ridurre le emissioni non solo attraverso progetti industriali, ma attraverso un modello energetico autonomo. Nel 2024 CAP ha autoprodotto quasi 38.000 MWh di energia rinnovabile, aumentando del 41% rispetto al 2023. Questo ha permesso di ridurre i costi energetici del 23%, evitando volatilità e liberando risorse per investimenti. La decarbonizzazione è certificata da standard scientifici: attraverso l’adesione alla Science Based Target initiative, il Gruppo si impegna a ridurre entro il 2030 il 42% delle emissioni Scope 1 e 2 e il 25% delle emissioni Scope 3, con un trend già avviato nel 2024, quando le emissioni totali sono diminuite del 7,4% (location based, ovvero Gruppo CAP ha ridotto le sue emissioni di gas serra tenendo conto della reale intensità di carbonio dell’elettricità prodotta sul territorio dove viene consumata.).
La green utility non è solo industria: è anche equità, formazione, stabilità del lavoro. Nel 2024 CAP conferma la propria impronta sociale, con un dato controcorrente nel panorama italiano: la retribuzione media femminile risulta leggermente superiore a quella maschile, segnale di un sistema meritocratico basato su trasparenza e pari opportunità. La governance pubblica diventa quindi anche governance sociale, condizione imprescindibile per attrarre competenze e costruire innovazione.
La trasformazione in atto mostra che una utility pubblica può essere competitiva come un’azienda privata e al tempo stesso generare valore sociale come un’infrastruttura pubblica. Può produrre energia, ridurre emissioni, creare economie locali e rigenerare risorse. La green utility del 2030 non è solo un gestore: è un costruttore di ecosistemi, tramite una politica industriale che passa attraverso l’acqua e una strategia territoriale che sarà decisiva per affrontare le grandi sfide sociali e ambientali. Il futuro delle città scorre qui, nelle infrastrutture invisibili che mettono in relazione sostenibilità, economia e servizio pubblico. E che oggi, più che mai, diventano protagoniste di una storia collettiva.