La cifra dell'impatto
15/09/2026

L’ultimo scarto: Il modello circolare si sta imponendo come nuovo paradigma a livello globale

Lo scarto, l’avanzo, il rifiuto. Per secoli li abbiamo considerati il punto finale dei processi produttivi e urbani: qualcosa da eliminare e “nascondere”, per quanto possibile. Oggi, invece, viviamo un processo culturale e scientifico, iniziato nei decenni scorsi, che chiede di dare un valore nuovo a ciò che resta dopo l’uso. Materiali, energia, acqua, scarti alimentari e agricoli vengono sempre più spesso recuperati, rigenerati e reimmessi nei cicli economici. È questo cambio di prospettiva che dà sostanza e forma all’economia circolare: non un settore specifico, ma un modo diverso di concepire le risorse e il loro rapporto con il futuro.

Le risorse, infatti, non sono infinite e il modello lineare – estrarre, consumare, gettare – non è più sostenibile né dal punto di vista ambientale né da quello economico. Non si tratta semplicemente di “riciclare”. La sfida è più radicale: ripensare il concetto stesso di valore, progettando sistemi capaci di mantenere in circolazione materiali, energia e risorse il più a lungo possibile, trasformando il residuo in materia prima. In questa prospettiva, gli scarti organici generano energia, le acque reflue diventano fonti di recupero di nutrienti e calore, i sottoprodotti industriali alimentano nuove filiere produttive.

La circolarità, mentre contribuisce a un mondo sostenibile dal punto di vista ambientale, sta progressivamente diventando un criterio di competitività per territori, imprese, infrastrutture e anche agli occhi di stakeholder e investitori.  In un contesto segnato dalla volatilità delle materie prime, dalla transizione energetica e dalla crescente pressione sulle risorse naturali, la capacità di recuperare valore da ciò che già esiste rappresenta infatti un vantaggio economico oltre che un dovere etico ed ecologico.
Per tutte queste ragioni, l’economia circolare si sta imponendo come un nuovo paradigma globale.


Economia circolare in Italia: un’eccellenza con qualche fragilità

Nel panorama europeo, l’Italia occupa una posizione di primo piano nella pratica dell’economia circolare, anche se non mancano le criticità e i rischi, in prospettiva. Secondo il Rapporto Economia Circolare 2025 realizzato da Circular Economy Network ed ENEA, il Paese si colloca al secondo posto nell’Unione europea e al primo tra le grandi economie manifatturiere del continente, davanti a Germania, Francia e Spagna. Un risultato costruito soprattutto sulla capacità di recuperare e riutilizzare materiali già immessi nei cicli produttivi. Il tasso di utilizzo circolare di materia ha raggiunto il 20,8% nel 2023 e il 21,6% nel 2024. Sensibilmente meglio rispetto alla media europea, pari al 12,2%. Oltre un quinto dei materiali consumati dall’economia italiana, dunque, proviene dal recupero di risorse già utilizzate.

Anche sul fronte della gestione dei rifiuti il Paese registra risultati positivi. Il riciclo dei rifiuti urbani ha superato il 52%, mentre quello degli imballaggi ha raggiunto il 75,3%, consentendo all’Italia di centrare con largo anticipo gli obiettivi europei previsti per il prossimo decennio. Sono numeri che raccontano una capacità industriale consolidata e una lunga tradizione di valorizzazione delle risorse.

Eppure, la leadership italiana presenta anche alcuni elementi di fragilità. Lo stesso Rapporto CEN-ENEA evidenzia come il Paese continui a dipendere in misura rilevante dall’importazione di materiali strategici e investa meno dei principali partner europei in innovazione delle tecnologie circolari, come nel nostro paese capita, del resto, in diversi comparti industriali. Siamo dunque di fronte a un sistema che, da un lato, eccelle nel recupero del valore contenuto negli scarti, ma che dall’altro deve ancora rafforzare le filiere industriali e i mercati delle “materie prime seconde”, cioè ottenute dal riciclo di rifiuti o dagli scarti di lavorazione industriale, per trasformare questo vantaggio competitivo in una leva strutturale di sviluppo. In questa prospettiva, l’economia circolare non rappresenta più soltanto una politica ambientale ma primariamente una questione di resilienza economica, sicurezza delle risorse e competitività industriale.


La circolarità nel servizio idrico: per Gruppo CAP un’evoluzione naturale

È lungo queste direttrici che si muove Gruppo CAP, la green utility che gestisce il servizio idrico nella Città metropolitana di Milano e in diversi territori della provincia lombarda. Per CAP l’economia circolare non è una nuova attività da affiancare alla gestione del servizio idrico, ma una sua naturale evoluzione. Il ciclo dell’acqua, infatti, genera ogni giorno flussi di materia come fanghi di depurazione, biogas, materiali di processo, rifiuti organici. La sfida che il Gruppo si è posto è trasformare questi scarti in nuove risorse, costruendo un sistema capace di chiudere i cicli e ridurre la dipendenza da materie prime ed energia esterne. Una scelta che il Piano industriale di CAP colloca accanto allo sviluppo del settore idrico e alla digitalizzazione come una delle direttrici strategiche di crescita.

In questa prospettiva, anche il trattamento dei rifiuti non rappresenta una semplice diversificazione rispetto al core business dell’acqua, ma il suo naturale completamento. Ne sono un esempio CAP Evolution, attiva nella valorizzazione degli scarti e nella produzione di materiali ed energia dai rifiuti, e ZeroC, la società che gestisce la Biopiattaforma di Sesto San Giovanni, progettata per integrare in un unico sistema il trattamento dei fanghi di depurazione, della frazione organica dei rifiuti urbani e delle acque reflue.

I numeri testimoniano la concretezza di questa strategia. Nel 2025 l’impianto di Bresso, primo in Italia a produrre biometano dai fanghi derivanti dalla depurazione civile, ha immesso nella rete SNAM oltre 554 mila metri cubi standard di biometano. Nello stesso anno la Biopiattaforma di Sesto San Giovanni ha trattato 23.231 tonnellate di FORSU, la frazione organica dei rifiuti urbani, generando 1,88 milioni di metri cubi standard di biometano immessi nella rete di distribuzione. In entrambi i casi il principio è identico: recuperare energia da matrici che in un modello lineare sarebbero considerate uno scarto.


Zero fanghi in discarica e investimenti in crescita sull’economia circolare

Già dal 2022, inoltre, il conferimento dei fanghi in discarica è stato completamente azzerato. Oggi i fanghi prodotti dalla depurazione vengono destinati a percorsi di valorizzazione che comprendono l’utilizzo in agricoltura, la trasformazione in fertilizzanti, il recupero presso cementifici e la termovalorizzazione. L’obiettivo dichiarato dal Gruppo è mantenere anche negli anni futuri un tasso di conferimento in discarica pari a zero, trasformando quello che un tempo era un costo ambientale in una risorsa utile per altre filiere produttive.

Lo stesso approccio si ritrova nel recupero di materiali e sottoprodotti. La rendicontazione richiama il riutilizzo di reagenti rigenerati e carboni attivi recuperati, mentre nel depuratore di Robecco le sabbie provenienti dalla dissabbiatura e dal lavaggio delle caditoie vengono trattate fino a diventare materiali “End of Waste” riutilizzabili nei cantieri del servizio idrico. Anche in questo caso lo scarto cambia funzione.

Dietro questa strategia c’è anche un impegno economico rilevante. Solo per il piano “Gestione fanghi ed economia circolare”, il Gruppo ha sostenuto nel 2025 oltre 10,5 milioni di euro di spese operative e oltre 8,4 milioni di investimenti, prevedendo ulteriori interventi per più di 110 milioni di euro nel periodo di piano.

È forse qui che il concetto di economia circolare assume il suo significato più concreto. Non nell’idea astratta di ridurre i rifiuti, ma nella capacità di costruire connessioni tra filiere diverse. Acqua, fanghi, FORSU, energia e materiali recuperati non vengono più gestiti come compartimenti separati, ma come parti di uno stesso ecosistema industriale. Un sistema in cui l’ultimo scarto non coincide con la fine del ciclo, ma con l’inizio di quello successivo.


Intervista a Tiziana Monterisi

Negli ultimi anni l’espressione “economia circolare” è entrata nel linguaggio comune. Dal suo punto di vista, qual è il cambiamento culturale più importante che questa idea introduce rispetto al modello economico tradizionale?

La vera rivoluzione culturale è il superamento definitivo del concetto di scarto: capire che ciò che la terra ci offre è sempre una risorsa preziosa. Il campo di riso offre nutrimento all’uomo e ciò che non può essere mangiato diventa una nuova materia prima rigenerativa. Questo ci impone di smettere di consumare le materie estrattive e vergini che emettono CO2, ma di trasformare materie che sequestrano CO2 e costituiscono un nuovo approccio di abitare.

Ricehouse nasce dall’intuizione di trasformare uno scarto agricolo, la paglia di riso, in un materiale per l’edilizia. Come è nata questa idea e cosa le ha insegnato sul concetto di valore associato ai cosiddetti rifiuti?

L’idea è dopo il trasferimento a Biella, osservando nelle risaie la paglia che rimane in campo dopo la mietitura. Tradizionalmente la paglia veniva bruciata, nonostante le straordinarie proprietà isolanti e igroscopiche per l’architettura. L’Italia è il primo produttore di riso in Europa e la quantità di sottoprodotto che l’agricoltura scarta è la materia prima rigenerativa perfetta per costruire case sane e in armonia con la natura.

Nel suo lavoro si parla spesso di “materie prime seconde”. Quanto conta oggi la capacità di guardare agli scarti come a risorse e quali ostacoli culturali o normativi incontra ancora questo approccio?

Guardare allo scarto come risorsa è la chiave per decarbonizzare l’edilizia, ma ci scontriamo ancora con uno scoglio culturale e una normativa che fatica a valorizzare questi materiali. Affrontiamo la sfida legislativa e culturale da dieci anni per portare al centro la salubrità dei materiali, l’uso di risorse locali e il comfort abitativo.

L’economia circolare viene spesso raccontata come una questione ambientale ma, lo sappiamo, è ormai anche una chiave per attrarre investimenti. Quanto è alto il rischio che diventi una moda, una retorica e che sia infine uno strumento di greenwashing?

La vera economia circolare si misura sul processo produttivo, sul ciclo di vita e sul fine vita, sull’impatto sociale e sullo smaltimento o riuso. Io nasco come nativa ecologica e ho indagato tutti i materiali naturali per l’edilizia, concentrandomi sui sottoprodotti del riso negli ultimi 15 anni. Questo movimento non deve essere passeggero, bensì un cambiamento di approccio sistemico.

L’Italia è tra i Paesi europei più avanzati nel recupero e nel riciclo dei materiali, ma investe meno di altri in innovazione e nuove filiere circolari. C’è il rischio di fermarsi ai risultati raggiunti senza fare un ulteriore salto di qualità?

Sì, perché limitarsi a riciclare significa solo posticipare il problema, mentre la vera innovazione sta nel riprogettare i materiali fin dall’origine. Per fare il salto di qualità dobbiamo finanziare nuove filiere che uniscano stabilmente il recupero di sottoprodotti o scarti e manifattura, trasformando l’eccellenza in uno standard industriale diffuso.

Il suo percorso dimostra come innovazione e sostenibilità possano nascere dall’incontro tra mondi diversi, dall’agricoltura all’edilizia. Quanto è importante – e difficile… – costruire connessioni tra filiere che tradizionalmente non dialogavano tra loro?

Creare un ponte tra l’agricoltura e l’edilizia racconta la tradizione legata alla tradizione costruttiva dei nostri territori, in cui si utilizzavano materie naturali e locali per costruire. Oggi dobbiamo riprendere questo approccio e investire nell’innovazione: solo unendo la terra alla ricerca e sviluppo possiamo dare vita a un’economia realmente circolare e generativa.

Le utility che gestiscono servizi essenziali, come acqua, energia o rifiuti, si trovano oggi al centro di grandi flussi di materia. Quale ruolo possono svolgere nello sviluppo dell’economia circolare dei territori? Dal suo osservatorio, questa consapevolezza sta crescendo in maniera costante e uniforme?

Le utility hanno il potere di essere i veri motori della simbiosi industriale nei territori, trasformando i grandi flussi di scarto in risorse condivise. La consapevolezza sta crescendo ma in modo ancora frammentato: dobbiamo passare dalla logica della sola gestione del rifiuto alla co-progettazione di filiere rigenerative integrate.

Se dovesse immaginare l’economia circolare tra dieci o quindici anni, quale cambiamento le piacerebbe vedere compiuto? E quale errore dovremmo evitare oggi per non rallentare questa trasformazione?

Tra quindici anni l’economia circolare non dovrà essere più un’eccezione virtuosa ma l’approccio univoco adottato in edilizia. Lo standard progettuale non deve più estrarre risorse, ma creare un equilibrio tra natura e costruito cambiando il paradigma attuale.

Nel suo lavoro ha dimostrato che ciò che consideriamo uno scarto può diventare una risorsa preziosa. Esiste, secondo lei, uno “scarto” che la nostra società continua a sottovalutare e che potrebbe invece generare nuovo valore nei prossimi anni?

Sottovalutiamo enormemente le biomasse agricole secondarie, come le paglie di tutti i cereali, che potrebbero decarbonizzare interamente le nostre città. Oggi le uniche materie prime naturali realmente sostenibili sono caratterizzate da grande resistenza e cicli di crescita brevi, come paglia, bambù e canapa. La paglia però costituisce un sottoprodotto di una filiera alimentare e un legame con il territorio: abbiamo già sotto i piedi tutta la materia prima per abitare il futuro.